Da quando il virus noto come Covid-19 è comparso e si è diffuso gradualmente, il suo impatto sulle nostre vite è stato a dir poco devastante.

Un impatto superiore ad ogni altro evento tragico a cui il mondo abbia assistito dalla Seconda Guerra Mondiale in poi e per il quale, almeno al momento in cui scrivo, non sembra esserci ancora una data, una previsione attendibile sulla sua evoluzione ed eventualmente sulla sua eradicazione.

Uno degli effetti della globalizzazione, palesatosi compiutamente con la Guerra in Vietnam, è la capacità dei mezzi di informazione di coprire mediaticamente ogni aspetto del fenomeno e di portare nelle nostre case tutte le notizie, le sfaccettature ed i punti di vista che sul virus vengono espresse in ogni parte del mondo.

Un bene, per certi versi, ma in mancanza di linee guida condivise e generalizzate, abbiamo assistito ad una messe di pareri, di opinioni, a cominciare dalla comunità scientifica, passando per la politica e infine per la stampa che hanno finito per confondere le idee delle persone e, in molti casi, sono stati alla base persino di comportamenti scorretti i quali certamente hanno messo a rischio l’incolumità di tanti.

Per provare a fare chiarezza, ne ho parlato con l’amico Gaetano Cimmino, medico chirurgo specializzato in chirurgia oncologica ed impegnato presso l’Ospedale San Giovanni di Dio a Frattamaggiore, attualmente presidio Covid-19.

Gli chiedo innanzitutto di fare un breve accenno alla natura del virus.

“Il Sars Cov 2 appartiene alla classe degli Ortho-coronaviridiae tipo beta. E’ un virus ad RNA capsulato elicoidale di media grandezza con grande affinità per le vie respiratorie dell’uomo tramite la produzione di una proteina N che gli permette l’ingresso attraverso naso, bocca e occhi.”

All’inizio della sua diffusione, il Coronavirus è stato accostato spesso ad un comune virus  influenzale, a volte anche da illustri rappresentanti della comunità scientifica: sono davvero simili o esistono sostanziali differenze?

“La differenza con il comune virus influenzale è che, nonostante una carica virale elevata e quindi altamente infettiva, chi ha contratto il Covid-19 si mostra sintomatico o paucisintomatico, eludendo la risposta immunitaria che avviene in modo ritardato, dopo circa 10-15 giorni.”

Anche sul periodo di incubazione, si è fatta molta confusione.

“L’incubazione dura 2/11 giorni fino a massimo 14; gli eventuali sintomi, da lievi a gravi, includono sempre febbre non elevatissima, astenia, anoressia. Nel 81% dei casi i sintomi sono lievi-moderati, nel 14% gravi, nel 5% critici con una mortalità del 2.3%. Chiunque presentasse tale sintomatologia e fosse stato a contatto in zone e/o con persone sospette di infezione è ovviamente tenuto all’autodenuncia.”

Naturalmente il primo passo è la diagnosi e, considerando le polemiche sulla politica di effettuazione dei tamponi, è un passo decisamente importante.

“La diagnosi non è semplice;  oggi con l’esperienza è più facile selezionare i pazienti ed esistono punteggi (tipo early warning score) che orientano e permettono di indirizzare immediatamente i pazienti alle differenti cure evitando ritardi ed errori diagnostici. La sintomatologia è quella classica influenzale, ma un sintomo patognomonico è l’astenia associata all’anoressia. Per avere il referto del tampone occorrono dai 2 ai 5 giorni, e i test per valutare IgM o IgG, cioè gli anticorpi, non sono utilizzabili per una diagnosi ma solo per un iniziale screening di massa (al momento del personale sanitario), pertanto è suggerito un RX o meglio una TAC torace per evidenziare una eventuale polmonite interstiziale. I maschi sono più suscettibili per una nota carenza immunitaria rispetto alla donna fertile, cosi come comorbidità quali malattie immunitarie, neoplastiche o metaboliche, in primis il diabete mellito insieme al fumo di sigaretta sono dei fattori di rischio.”

 Attualmente non esiste ancora un vaccino, ma pare che si stiano facendo molti progressi sulla ricerca di efficaci terapie per curare i sintomi più gravi del contagio.

“A parte l’ormai famoso Tocilizumab, o qualche altro farmaco autorizzato dall’AIFA, utile solo sui pazienti affetti da polmonite interstiziale, l’unica terapia è l’ossigeno, somministrato in modo invasivo (intubazione) o meno invasivo (caschi, CPAP ecc.) motivo per il quale la carenza di posti letto e quindi di respiratori automatici ha evidenziato le scellerate scelte politiche di tagli alla sanità degli ultimi 20 anni soprattutto al Nord, dove si puntava ad una sanità privata miseramente fallita. Ossigeno, supporto cardiocircolatorio e l’aiuto del Buon Dio. Quindi Vitamine varie, o altri rimedi che girano sul web sono inefficaci se non addirittura dannosi”

E veniamo ad un punto particolarmente controverso: le misure di prevenzione ed i presidi utili al contenimento della diffusione. Quali sono quelli davvero efficaci?

“I DPI (dispositivi di protezione individuali) di cui tanto si parla e che ha creato un mercato parallelo del “fai da te”, sono dispositivi medici regolamentati dal D.Lgs 81/2008:

Protezione facciale- le famose mascherine. Alle persone comuni, oltre alla detersione delle mani e alla distanza di sicurezza fissata a 1-1.5 metri, servirebbe la semplice mascherina chirurgica che ha un effetto protettivo nei riguardi degli altri. Gli operatori sanitari, utilizzeranno le FFP2-3 in base ai protocolli emanati dal SSN. Cioè per assistere un paziente no covid né sospetto, bastano cappellino e mascherina chirurgica monouso, per un paziente sospetto occorreranno il camice, i calzari, il cappellino, la mascherina chirurgica o FFP2 e occhiali o visiera, e doppi guanti, mentre per un paziente Covid positivo sarà necessaria la tuta completa, FFP3 con visiera o casco.”

Eppure in tanti vanno in giro utilizzando mascherine “professionali” nonostante non appartengano al personale sanitario mentre, vista la scarsa disponibilità  di mascherine, spesso registriamo le lamentele dei medici e degli altri operatori proprio per le condizioni critiche in cui sono costretti ad operare.

“Sì, in effetti è uno spreco perché le persone che non necessitano di tali presidi finiscono per sottrarli agli operatori e creare invidie e disparità tra la gente.”

 

 

 

 

 

 

 

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