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Chiesa di Sant’Anna dei Lombardi a Monteoliveto.

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chiesasannadeilombardi_null_3Piazza Monteoliveto. Qui si erge una delle chiese più affascinanti e misteriose di Napoli, ma anche una delle meno conosciute ed apprezzate. Sembrerebbe incredibile per chi conosce la Chiesa di Sant’Anna dei Lombardi, eppure è proprio così. A guardarla, dall’esterno, non suscita particolari emozioni, almeno non per tutti, con la sua facciata caratterizzata da un arco in piperno, che le conferisce un aspetto duro, freddo. Credetemi, però, che entrare ed apprezzarla per la sua storia e per le immense bellezze che conserva al suo interno, è una piacevole sorpresa, per chiunque. Scopriamo insieme, quindi, qualcosa in più. Nel 1411 questa chiesa, il monastero ed i quattro chiostri di cui è stata dotata, non esistevano ancora ma sorsero, sia pure in tempi diversi, sui ruderi di quella che era un’edicola votiva dedicata a Santa Maria de Scutellis. Inizialmente, su commissione di Guerrello Origlia, nobile del Sedile di Porto e protonotario del regno di Ladislao di Durazzo, si diede inizio alla costruzione della sola Chiesa di Santa Maria di Monteoliveto. A lavori ultimati, la Chiesa fu data in concessione ai Padri Olivetani. La storia di questa chiesa, nei secoli che vanno dal ‘500 al ‘700, è ammantata da fosco oblio, sul quale gli storici avrebbero il compito-dovere di meglio e più approfonditamente indagare. Questo non è il nostro compito né il nostro fine. Riportiamo, però, una tradizione dei cronisti rinascimentali, che vuole i monaci custodi di importanti reliquie colà presenti e che, secondo i più, furono oggetto di scambi e di doni. Prende corpo la convinzione che si sia trattato di un voluto mascheramento, quasi a proteggere uno scrigno depositario di bellezze artistiche di notevole pregio. Affreschi, tele, manufatti scultorei, monumenti sepolcrali, rilievi marmorei, manifatture in legno dorato ed intarsiato, opere tutte a cui lavorarono artisti del calibro di Girolamo Santacroce, Battistello Caracciolo, Annibale Caccavello, Nicola Malinconico, Giovanni da Nola, Francesco da Sangallo, Matteo Bottiglieri, Paolo de Matteis. Tesori che dovevano trovare protezione quasi divina se sono giunti fino ai tempi nostri, nonostante calamità naturali (terremoti) ed umane (bombardamenti della II guerra mondiale) che, in più d’una occasione, ne avevano seriamente compromesso l’esistenza. E’ per questo, dunque, che siamo portati a credere che i tre dipinti del Caravaggio, secondo i più andati distrutti in occasione di un terremoto nel 1805 che faceva seguito all’espulsione degli Olivetani da parte del re Ferdinando I, siano stati oggetto, in realtà, di un vero e proprio trafugamento e finiti chissà dove. Fatto sta che la Chiesa fu data in consegna alla Congrega dei Lombardi, comunità di ricamatori molto attiva e presente nella nostra città che, come primo atto, pensarono bene di mutarne il nome in quello attuale, S. Anna dei Lombardi. Volutamente abbiamo mancato di indicare, finora, i capolavori presenti, perché meritevoli di un cenno a parte, come si diceva una volta. All’interno, costituito da un’unica navata centrale su cui si aprono ben 16 cappelle laterali, vi lascerà di stucco il “Compianto su Cristo deposto”. Un gruppo composto da sette figure a grandezza naturale in terracotta policroma, opera dell’artista modenese Guido Mazzoni datata 1492. Questo grande gruppo esalta un espressionismo gioco-forza statico ma sensazionalmente in movimento. Il pathos, infatti, che traspare dai lineamenti del volto dei personaggi tutti, la dinamicità che si coglie dalle articolazioni e le movenze evidenziate sulle vesti, ci consentono un azzardo: definire il “gruppo” in una sola parola, vivente. E te ne accorgi anche quando ti allontani da esso, perché lo fai con la testa rivolta all’indietro, ancora attratto ed attirato da quei personaggi. E’ sufficiente, però, compiere solo pochi passi per accorgersi che il bello non ha mai fine. Pochi passi e si è indirizzati verso quello che era il refettorio dei monaci, poi assunto a sacrestia, decorato ed affrescato da Giorgio Vasari. Trattasi della più importante impronta del Rinascimento Fiorentino in Napoli. Eseguito nel 1545 con l’aiuto di Raffaellino del Colle, il refettorio ospitava i monaci durante i pasti. E’ caratterizzato da volte suddivise ognuna in tre zone, con affreschi dedicati uno alla Fede, uno alla Religione ed un altro all’Eternità, ciascuna delle quali ha otto virtù intorno. Nella Sacrestia sono presenti anche, lungo le pareti, importanti Tarsie lignee eseguite dal frate olivetano Giovanni Da Verona nel 1506 e statuette lignee che raffigurano i santi dell’ordine.  Quando entrerete in questo ambiente rimarrete sbalorditi. La bellezza è di quelle che lascia senza fiato. Il nostro intento si ferma qui e va considerato un timido tentativo per spronare la conoscenza di questa meravigliosa chiesa. L’esperienza e le emozioni che da essa derivano, sono consigliate vivamente a tutti. Scoprire e conoscere Napoli attraverso l’incredibile bellezza delle sue chiese, dovrebbe essere una priorità, non solo per noi stessi ma anche e soprattutto come segno di rispetto nei confronti della nostra città, che merita maggiore attenzione e valorizzazione.

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Laureata in Beni Culturali e specializzata in Organizzazione e Gestione del Patrimonio Culturale ed Ambientale presso la Federico II di Napoli. Collabora con “Napoli Caput”, un blog che mira alla valorizzazione della nostra cultura e del nostro presente-passato. Innamorata di Napoli e della sua immensa bellezza, convinta assertrice che attraverso la conoscenza della Storia della nostra città, possa essere possibile la riscoperta del senso di appartenenza che molti hanno perso. Appassionata di Arte e fotografia, da sempre alla ricerca di luoghi poco conosciuti e poco valorizzati. Ama scrivere e si definisce persona contraria ad ogni tipo di pregiudizio e grande sostenitrice delle enormi potenzialità di Napoli.