L’eterna contrapposizione tra i fautori delle esternalizzazioni e i sostenitori della gestione pubblica, è ormai endemica dei fatti politico amministrativi italiani, e negli ultimi anni è tornata di moda, in particolare se applicata al alcuni settori delicati della gestione della res publica.

Mi riferisco soprattutto al settore dei tributi e a tutte le polemiche che hanno accompagnato in questi anni le politiche aggressive messe in campo dall’agente della riscossione.

Ed è proprio Equitalia la pietra angolare del modello di privatizzazioni (prodromiche all’esternalizzazione) avviate in Italia negli anni 90; un modello che ha suscitato polemiche forti, spesso attinenti più alla situazione contingente che non all’aspetto tecnico. Ora il Sindaco Bene avvia il processo in favore dell’esternalizzazione del servizio di riscossione dei tributi e immancabili sono arrivati i primi commenti negativi.

Ad “aprire le danze” è Elena Vignati dei 5 Stelle, la quale si domanda come sia possibile che un punto così determinante delle linee programmatiche dettate dal Sindaco non fosse presente nel programma elettorale.

Il dubbio, ovviamente, è che dietro l’operazione ci sia il solito, vecchio modo clientelare di fare politica, con l’aggravante di riguardare un settore che può avere un forte impatto sociale, soprattutto in un territorio in difficoltà come quello di Casoria.

Nelle intenzioni di Bene e della Giunta c’è senz’altro la volontà di rendere efficiente un pilastro di ogni amministrazione, cioè il reperimento delle risorse necessarie al dispiegamento delle proprie linee programmatiche, e questo di per sé è un impegno positivo, ma non possiamo fare a meno di domandarci a quale prezzo.

Equitalia, infatti, ha dimostrato che il punto su cui ragionare non è tanto sulle esternalizzazioni, ma sul modo in cui le si concepisce. Che senso ha privatizzare se poi la governance resta di fatto sotto l’egida pubblica?

In Italia la gente è così sospettosa al riguardo perché la soluzione adottata spesso è priva di qualsiasi aspetto positivo: nell’affidamento esterno di un servizio si possono rinvenire i vantaggi di un vero modello “aziendale”, volto ad ottenere maggiore efficienza, improntando l’operato del settore all’ottenimento di obiettivi prefissati, mentre nella gestione pubblica prevale l’aspetto sociale che permette ai cittadini di interfacciarsi con lo Stato, ma contando su un lato più “umano”, in grado di venire in contro alle esigenze dei singoli che dovessero trovarsi in difficoltà.

Ciò che è stato realizzato finora, invece, è un ibrido che ha solo accelerato sulla ossessiva ricerca del risultato ma la mano pubblica, continuando a tirare i fili, non ha permesso che l’aspetto aziendale prevalesse del tutto, limitando gli effetti positivi.

Il risultato è che, al solo pensiero di privatizzare o esternalizzare qualcosa, vengono i brividi ed è con questi preconcetti (spesso giustificati) che l’Amministrazione dovrà fare i conti ma anche con una deprecabile tendenza che è diventata virale tra gli esponenti dell’establishment italiano: tagli, austerità e reperimento delle risorse attraverso l’aumento delle tasse.

Sembra ormai che nessuno sia in grado (o voglia) aumentare le entrate più che diminuire le spese, e nel settore pubblico, che riguarda la gestione delle risorse più che sulla produttività, questa mancanza di coraggio si è fatta drammatica.

Speriamo che, almeno in questo caso, prevalga il buon senso e la sincera voglia di dare una svolta positiva ad una politica, fin qui asfittica e senza mordente.

 

 

 

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