indexTratto dal libro autobiografico American Sniper: The Autobiography of the Most Lethal Sniper in U.S. Military History, l’ultimo film di Clint Eastwood racconta la guerra con occhi di parte, ovvero quelli del cecchino texano Chris Kyle, divenuto leggenda per la mira infallibile e le 160 uccisioni portate a casa.
Chris Kyle è un ragazzotto americano di buoni sentimenti e classici valori che si guadagna la pagnotta facendo il rodeo. Concentrato su se stesso, vive un po’ alla giornata, tra goliardie condivise col fratello e litigate con la fidanzata che reclama invano le sue attenzioni. Ma Chris, cresciuto dal padre per essere cane da pastore (ovvero difendere i buoni dai cattivi), non resta indifferente quando alla televisione assiste impotente agli attacchi delle ambasciate americane in Africa. Da sempre tiratore provetto decide di arruolarsi per difendere il suo Paese, che considera acriticamente il « Paese più bello del mondo». Da qui in poi -momento di crescita, del suo divenire “uomo”- la sua vita sarà interamente dedicata a ciò. Anni e anni spesi sul campo a collezionare le teste dei nemici e a difendere i compagni da questi ultimi. Intanto, da bravo ragazzo cresciuto a pane e tradizionalismo, si sposerà (con una donna che conquista giocando al macho dal cuore tenero) e diverrà padre di due bambini di cui inevitabilmente si perderà la crescita, impegnato sul fronte com’è e convinto che il suo dovere di cane da pastore venga prima di tutto. E non importano le suppliche della moglie o la constatazione di essere ormai incapace di focalizzarsi su altro che non sia la caccia al nemico per farlo desistere (anche nei periodi trascorsi a casa la sua mente sarà sempre altrove e le conseguenze della brutalità della guerra iniziano a pesare come macigni), Chris ha scelto la sua strada e niente e nessuno è in grado di distoglierlo, sino al beffardo  e tragico finale.

Uno script, questo firmato Jason Hall, difficile da gestire, in quanto piatto, negativamente lineare, monocromatico e decisamente semplicistico. La regia di Eastwood c’è e si avverte, nei controcampo, nello stile classico che lo contraddistingue, ma nonostante ciò, delude, finendo col ricalcare la medesima banalità della sceneggiatura. Propagandistico, retorico, acritico, American Sniper risulta l’ennesima, scontata esaltazione dell’eroe americano senza macchia né paura, un uomo tutto d’un pezzo che difende i buoni dai cattivi, in una visione del mondo ingenuamente manichea (che passa quasi interamente attraverso gli occhi e il mirino di Chris). Così come sempliciotta è anche la figura stessa di tale eroe, che più classicamente americano non si può: da piccolo avvicinato alle armi, allevato per poi mettere su famiglia sebbene praticamente impossibilitato a occuparsene, ciecamente fedele al suo Paese e convinto che imbracciare un’arma e arruolarsi equivalga a divenire adulti, a essere un uomo. Si potrebbe obiettare che Hall e Eastwood si siano limitati a ricalcare un’autobiografia, ma dov’è allora il lavoro di uno sceneggiatore e di un regista?

Troppo di parte, troppo ingenuo nel leggere solo nell’altro il male, eccessivo nel caricare di pathos momenti e passaggi che avrebbero richiesto diverso trattamento, dimentico degli altri personaggi in scena, invero alquanto bidimensionali. American Sniper delude, non solo in quanto lavoro di Eastwod, ma come pellicola in toto.

 

 

 

 

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