Home Cinema & Teatro Alfred Hithcock: l’immagine come nevrosi.

Alfred Hithcock: l’immagine come nevrosi.

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HITCHCOCKQuesta settimana ho il piacere di affrontare per il “Giornale di Casoria” un argomento che avrà come oggetto l’analisi cinematografica di uno dei più grandi registi di tutti i tempi che attraverso lo strumento della cellulosa ha mostrato il lato inquieto e angoscioso dell’animo umano. Nel ritmo frenetico dei nostri tempi un regista come Hitchcock avrebbe avuto ancora più possibilità di interpretare la quotidianità delle nostre azioni. Nella celeberrima intervista  nel libro best seller (un vero e proprio cult letterario) di Francois Truffaut “ Il cinema secondo Hitchcock” ( NET 2002 ) mi ha sempre colpito una bellissima frase che uno dei creatori e fautori della “Nouvelle Vague” riporta : “La paura che vediamo nei suoi film è la sua paura. Cosciente che la vita è una landa desolata non gli rimaneva che trasportarla attraverso il mezzo visivo. Rendendosi conto che il suo fisico lo metteva in disparte, si è ritirato dal mondo e l’ha guardato con severità inaudita. Non è un caso, infatti, che faccia interpretare, per identificarsi, nei ruoli principali, giovani e affermati attori affascinanti. Prediligeva le storie d’amore all’interno di uno specifico genere come quello dello spionaggio per ricercare un equilibrio che in vita probabilmente gli mancava. Questi artisti non possono aiutarci a viver e , perché vivere per loro è già difficile , ma la loro missione  è di dividere con noi le loro ossessioni“.
In questa sua personalissima considerazione dell’uomo Hitchcock si può rivedere, attraverso una sconvolgente consonanza di intenti e caratteri, quello dei nostri giorni il quale nella sua fittizia apparenza di normalità cela in sé quella persistente ambiguità che lo costringe inevitabilmente a sovvertirla. Tanti sono i casi cinematografici in cui possiamo riscontare ciò. In “Io ti salverò” (Spellbound, 1945), che vanta la collaborazione nella sequenza onirica del grande ed eccentrico artista spagnolo Dali, si utilizza l’efficace involucro della psicanalisi per scandagliare le instabilità del comportamento umano che poi trovano, nella stupenda scena finale, il suo apice districando l’intera matassa del suo protagonista (un superbo Gregory Peck supportato dalla dottoressa incarnata nella persona della splendida Ingrid Bergman) affetto da un trauma infantile (uccide involontariamente suo fratello) che gli impediva di condurre un’esistenza serena e spensierata.  Oppure, come dimenticare James Stewart nel sommo capolavoro “La donna che visse due volte” ( Vertigo, 1958 ) e il suo amore morboso e ossessivo verso la doppia vita e identità di Kim Novak  dove il nostro sperimenta una tecnica cinematografica che rimarrà negli annali della storia del cinema. Il cosiddetto “effetto Vertigo” che consiste in un preciso movimento di macchina dove in contemporanea si ricorre all’uso del Dolly e del zoom in avanti creando nello spettatore attonito una sensazione di vuoto e, appunto, di vertigine. Rivoluzionario, quindi, non solo per quanto concerne l’aspetto meramente pratico della ripresa ma anche per i temi trattati che sono di sconcertante attualità. Quante volte oggi vediamo personaggi che non accettando la perdita di un  caro cercano di farlo rivivere in ogni modo creando, di fatto, un “doppio” che prende il suo posto proprio come fa il protagonista del film. L’attaccamento ossessivo ad una specifica persona è sinonimo di un disturbo che è figlio naturale della nostra epoca che manca di riferimenti certi, sicuri e duraturi. Anthony Perkins in “Psycho “ nell’amore  edipico nei confronti della madre scomparsa, diviene il perfetto emblema di questa forma di incomunicabilità estrema che porta all’allontanamento sociale e alla nascita di un percorso schizofrenico che lo induce  a compiere i famosi delitti efferati nel motel Bates (vedi la scena della doccia). Consiglio vivamente a tutti i lettori di approcciarvi a questo genio che è stato capace dietro una macchina presa di raccontare un’epoca buia, disordinata, e alla ricerca spasmodica di un contatto umano raffigurato, spesso nei suoi film, dalla presenza di una “donna angelo” che riesce a tramutare l’incubo e la nevrosi  in un deciso cambio di rotta  che sfocia nelle sfere dell’amore e delle emozioni.

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Anni 31, nato a Napoli, giornalista pubblicista, studioso di teatro e di cinema (aiuto regista) nel corso degli anni ho pubblicato articoli di cinema presso numerosi giornali web e cartacei. Ho collaborato nel mondo dell’editoria musicale e del doppiaggio cinematografico.