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Alfonso Capecelatro: la vita del p. Lodovico da Casoria

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Di biografie del grandissimo santo francescano casoriano, ne esistono moltissime. Padre Lodovico, era un uomo di elevatissima cultura. Uno dei libri che più lo aveva appassionato nei suoi studi è un romanzo epico della storia della letteratura italiana: I Promessi Sposi. Ed infatti volle prendere il nome da frate, proprio ricordando uno dei personaggi più celebri dei Promessi Sposi del Manzoni. Quel Fra Cristofaro che tanto aveva colpito il suo grande cuore, che per l’appunto prima di vestire il saio si chiamava Lodovico. Ma la biografia principe, quella che più e meglio di ogni altra  né descrive la mirabile vita e la straordinaria missione al servizio dei poveri e dei diseredati è senza ombra di dubbio quella scritta dal Cardinale Alfonso Capecelatro.    La vita del p. Lodovico da Casoria, – questo il titolo del volume – ebbe la sua prima edizione nel 1885, e cioè nello stesso anno della sua morte, e fu stampata presso la Tipografia degli Accantoncelli di Napoli, una delle tante opere che solo un grandissimo santo come Padre Ludovico poteva mettere in piedi. La dimostrazione più sicura della fama di santità che aveva circondato in vita la carismatica figura di Padre Ludovico si desume proprio dal fatto alquanto raro che un arcivescovo, conosciuto e stimato come il Capecelatro, abbia deciso ed accettato di scrivere una biografia nello stesso anno della sua morte. Basta leggere le prime parole dell’Introduzione dell’autore per percepire e comprenderne l’amore e la stima nutrita nei suoi riguardi: “Il 31 Marzo di quest’anno 1885 si rendevano in Napoli onori di pietose e solennissime esequie a un uomo che il giorno innanzi era morto in un Ospizio di poveri a Posillipo. Quest’uomo che aveva nome Padre Lodovico, era un frate umile e poverello, di non molta coltura, e, quanto al parlare e alle forme esteriori, poco o punto diverso da un semplice nostro popolano. Nondimeno le esequie che gli si fecero sono di quelle che assai raramente s’incontrano, e che o muovono al pianto, o almeno lasciano profondamente pensare” Ecco una breve descrizione della figura di Capecelatro. Alfonso Capecelatro (Marsiglia 5 febbraio 1824 – Capua 14 novembre 1912), era entrato sedicenne nella Congregazione dell’Oratorio ed era stato ordinato sacerdote nel 1840. Egli fu per l’Oratorio di Napoli un vero salvatore: ottenne infatti che, in seguito alle leggi di soppressione decretate dal nuovo stato italiano, alla chiesa dei Girolomini e al chiostro con la famosa biblioteca fossero assicurate le garanzie dovute ai monumenti nazionali ed egli stesso ne fu eletto sopraintendente. Nel 1879 Leone XIII lo chiamò in Vaticano come vicebibliotecario, il 28 ottobre 1880 lo elesse arcivescovo di Capua, e nel 1886, anno successivo alla morte di P. Ludovico lo creò cardinale. Tra le sue opere vanno ricordate altre importanti biografie di santi: Storia di S. Caterina da Siena e del papato del suo tempo,1856; Newman e la religione cattolica in Inghilterra, 1859; Storia di S. Pier Damiano e del suo tempo, 1887; La vita di S. Alfonso Maria de’ Liguori, 1893. Ma soprattutto restò celeberrima la sua Vita di Gesù, scritta su suggerimento di Padre Ludovico da Casoria per confutare gli errori di Renan, che aveva voluto scrivere un analogo soggetto in chiave laicista. Il Capecelatro scrisse La vita del P. Lodovico da Casoria sulla base di conoscenza diretta e di testimonianze di prima mano. Aveva goduto, è proprio il caso di dirlo,  personalmente della spirituale amicizia con il Padre, ne accolse le confidenze, fu conquistato dalla sua santità: “Nello scrivere questa storia del P. Ludovico – scrive il Capecelatro – spesso io me lo vedo davanti come persona viva; e nel vederlo mi pare che secondo il suo solito, lietamente mi sorrida. Mi sembra anche che nel presentarsi alla mia fantasia mi infonda coraggio, e mi rinfranchi nelle difficoltà gravi della mia vita pastorale. Lo scrivere dunque di lui mi è quasi una spirituale letizia.” Indubbiamente l’autore nel descriverne la vita, è aiutato dai ricordi di questa assidua frequentazione e dai racconti di testimoni della prima ora. Pertanto il Capecelatro ci lascia una sterminata serie di informazioni che ne descrivono con dovizia di particolari la narrazione della vita, i luoghi frequentati, le persone incontrate, le sue ansie, i suoi crucci. Insomma un’opera monumentale. Ma la cosa che più affascina il lettore delle pagine scritte dal Capecelatro è la descrizione, o meglio il ritratto fisico del frate. Una descrizione così precisa che sembra quasi di vederlo da vicino e poterlo toccare con mano. E’ evidente che il Capecelatro decide di scrivere subito le memorie del santo francescano, proprio perché intuisce la straordinaria esperienza   che ha vissuto e soprattutto che la  persona che ha avuto modo di conoscere è stato un santo già in vita. Per cui – prima che la memoria svanisca- occorre lasciarne tracce in una biografia, che diventerà l’opera più completa e di sicuro la più conosciuta e letta a livello mondiale.    In un’epoca in cui non esistevano riprese video, né registrazioni, e la fotografia faceva appena capolino, fu importantissimo  che i tratti somatici, il carattere, e la stessa voce di P. Ludovico restassero così ben impressi negli occhi e nella memoria di Alfonso Capecelatro. A tal punto che  la capacità descrittiva diventa quasi come una voce che fa da sottofondo ad un film sulla vita del santo. Ed infatti la raffigurazione della persona di Padre Ludovico sembra proiettarne le immagini vivide sul lettore :“Il P. Ludovico fu nel corpo bello di signorile bellezza, con carnagione bianca e mista di un roseo che, quando s’accalorava parlando, diventava quasi vermiglio. Ebbe il capo ben proporzionato, i capelli castani e bruni e spessi, il viso ovale, la fronte spaziosa e gradatamente sporgente dal vertice ai sopraccigli, gli occhi cerulei, piccoli ma parlanti e vivacissimi: il naso regolare e leggermente aquilino, la bocca giusta, le labbra sottili e strette ma sorridenti, la voce sonora e nel canto, argentina; la parola viva, leggermente stentata, il mento quadrato, gli orecchi piccoli, il collo diritto, le mani bianchissime, affilate, gentili. Fu grave nell’incedere; nel parlare affabile e cortese, in tutto l’andamento della persona nobilmente semplice”.Ma oltre la descrizione ed il ritratto del santo frate, scorrendo le pagine della biografia, il Capecelatro riporta i dialoghi, le esortazioni,  le preghiere , ogni commento dei fatti della vita quotidiana del frate. Ed anche in questo caso il lettore sembra quasi che possa percepire il timbro della voce del “fraticello d’oro” : “La sua parola era ardente, colorita, sentenziosa, incisiva, … a ciò si aggiunge che egli parlava con una certa mescolanza di lingua e di dialetto che pareva frutto di poca cultura, e per di più assai spesso errava nelle desinenze delle parole. Come si vedrà dalle sue lettere … scriveva assai meglio di quel che non parlasse. Per cui a qualcuno, quel parlare incolto e un po’ sgrammaticato, parve finissima industria di umiltà; a me no. Non l’ho creduto mai, anche perché quel continuo espediente per sembrare diverso da quel che era … guasterebbe la sua figura.” Ed ecco infine le parole dell’autore che dal profondo del cuore tratteggiano i segni distintivi della santità del frate, e la gioia del suo grande amico ed estimatore di incontrarlo per trovare nelle sue parole il conforto di cui aveva bisogno: “Andavo talvolta a lui, quando, fra i vari dolori della mia vita, avevo bisogno di conforto; e il conforto mi veniva più che dalla sua parola, dal vedere lui così pieno di Dio, così sereno, così imperturbabilmente paziente, con uno sguardo dolcissimo e con le labbra atteggiate a un sorriso da santo. Il Padre Ludovico veniva presso di me ai Girolamini, quando voleva che facessi questa o quella cosa per il bene delle anime e spesso anche quando gli sorgevano in mente nuovi disegni di opere sante da fare. Come egli mi parlava di queste opere e con quale singolare eloquenza egli cercasse di persuadermi ad essere di aiuto o almeno ad approvarle, lo dirò in seguito. Qui basta dire che io amavo Padre Ludovico con affetto riverente e umile, con affetto di figliolo e di discepolo, e ciò soprattutto perché sentivo dentro di me che era un santo. Lo sentivo con tanta sicurezza che se cento o mille persone mi avessero detto il contrario io avrei creduto più a quella misteriosa e intima voce della coscienza che affermava, anzicché ai cento o mille che volessero negare. Questo pensiero “egli è un santo” mi spingeva ad amarlo; mi infervorava ad agire secondo Dio, quando certe miserie che mi attorniavano tentavano di rendermi freddo; mi faceva bene e talvolta m’illuminava nelle ore più oscure della mia vita, veder lui e innamorarsi della sua semplicità, era tutt’uno. Anzi credo che le principale attrattive del P. Ludovico derivassero appunto da quella semplicità che il mondo disprezza, ma che pure è una delle principali condizioni della vera grandezza, sempre.”

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Giurista di professione, giornalista per passione. Iscritto all'Albo dei giornalisti della Campania, elenco pubblicisti dal 1982. Pratica con Il Mattino di Napoli. Direttore del settimanale Casoriadue per ben otto anni. Fondatore, insieme all'Editore Carlo De Vita del Giornale di Casoria nel 2010. Appassionato e cultore di storia locale. Ama la lettura."Chi è analfabeta, a 70 anni avrà vissuto una sola vita: la propria; chi legge avrà vissuto 5000 anni: c'era quando Abele uccise Caino, quando Renzo sposò Lucia, quando Leopardi ammirava l'infinito… perché la lettura è un'immortalità all'indietro". Umberto Eco.