Salvatore si arruolò a soli 17 anni nell’arma dei carabinieri e fu assegnato alla caserma di Casal di Principe. Il giovane onorava la sua divisa, ma negli anni 80 a Casal Di Principe fare il carabiniere era davvero difficile. Parliamo di una terra dove non esisteva lo stato, dove la gente perbene si addormentava in compagnia della paura, ed era costretta ad abbassare la testa dinanzi ai Casalesi criminali, gli stessi che hanno avvelenato la nostra terra. Salvatore ci restò per ben tre anni, il giovane non era un fanatico carabinieri, ma non abbassò la testa, anzi, in quella terra martoriata voleva portare la giustizia. I casalesi lo presero di mira e trovarono il momento giusto per fargliela pagare. In seguito all’arresto di Mario Schiavone, nipote di Francesco “Sandokan” ci fu un conflitto a fuoco. Menelik, questo il soprannome del pupillo dello zio, fu ucciso e la colpa cadde sul giovane Salvatore che in quel momento non era nemmeno in servizio. Nonostante che per giorni girò una strana voce, nemmeno l’arma si mosse per aiutare il giovane collega. Il 2 luglio 1982, Salvatore si trovava nella sua città a Marano di Napoli davanti al negozio di generi alimentari gestito dai genitori. Giocava con un bambino, all’improvviso una voce assassina gridò forte il suo nome, capì subito cosa stava accadendo e mise subito in salvo il bambino. Così la vigliaccheria della camorra uccise davanti agli della madre un giovane carabiniere che morì per onore della divisa. Dopo diversi anni un pentito di camorra rivelò tutta la verità sull’uccisione del giovane carabiniere. Fu processato anche un suo superiore, ci sono stati diversi ergastoli. Dopo Salvatore Nuvoletta, i Casalesi hanno continuato ad uccidere innocenti, tra cui Don Peppe Diana, il sindacalista Federico Del Prete, l’imprenditore Domenico Noviello e tanti altri. Poi finalmente lo stato ha messo fine a questo calvario che durava da decenni.  Oggi Casal Di Principe è una città diversa, libera da qualsiasi violenza mafiosa. A Salvatore Nuvoletta sono dedicati strade, scuole, stadio, perfino una piazza a Trezzano Sui Navigli MI. Salvatore non morì per fare l’eroe, ma per onorare la divisa, la stessa che indossavano i suoi fratelli, Gennaro ed Enrico, al servizio del generale Dalla Chiesa. Oggi è ricordato come vittima innocente della camorra.

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